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 Il floreale a Napoli
, E.S.I., Ivi 1959.

Scritto negli anni del riesame critico dell'Art Nouveau, il libro nella sua prima parte contiene la storia delle vicende di questa tendenza nei vari paesi europei. Un apposito capitolo è dedicato all'urbanistica napoletana del periodo floreale, la quale s'innesta e completa le opere iniziate col piano per il Risanamento fin dal 1885. L'esame particolare degli edifici più significativi conclude la descrizione di un ambiente che, rispecchiando l'influenza europea sulla nascente borghesia industriale napoletana, risulta di un elevato e civile livello architettonico, nonché totalmente inedito dal punto di vista storiografico.

Recensioni: A. B. in «Nord e Sud»; A. Bandinelli ne «Il Mondo»; C. Barbieri ne «Il Mattino»; G. Dorfles in «Domus»; M. Praz ne «Il Tempo»; F. Tentori in «Casabella-continuità»; B. Zevi ne «L'Espresso».

Errico Alvino, architetto e urbanista napoletano dell'800 (in coll.), Napoli 1962.

Monografia di un architetto e storia di un importante periodo dell'attività urbanistica locale, il saggio rappresenta un ambiente politico, culturale e professionale attraverso il suo più noto esponente. L'Alvino, operando tra l'ultimo periodo borbonico e il primo decennio dell'unità italiana, costituisce un legame tra un'antica tradizione costruttiva regionale e le nuove riforme urbanistiche connesse al rinnovato assetto nazionale. Il libro, oltre a colmare una lacuna nella storiografia architettonica dell'Ottocento, indica l'origine di numerose questioni urbanistiche napoletane ancora di vivo interesse attuale.

Recensioni: M. Stefanile ne «Il Mattino» e S. Rossi in «L'architettura, cronache e storia».

Op. cit., Edizioni Il Centro | Electa Napoli | Grafica Elettronica, Napoli, dal 1964.

E' la rivista quadrimestrale di selezione della critica d'arte contemporanea edita da Edizioni Il Centro – fino al gennaio 1996 –, da Electa Napoli – fino al settembre 2012 –, e quindi da Grafica Elettronica.
Diretta ininterrottamente dal 1964 da Renato De Fusco, «Op.cit.» raccoglie ormai oltre 50 anni di prestigiosa saggistica critica internazionale di architettura, design e arti visive.

www.opcit.it (Op.cit. edizione online)
Sommario degli articoli pubblicati (1964-2019 | 166 fascicoli)

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L'idea di architettura, storia della critica da Viollet-le-Duc a Persico (I edizione), Edizioni di Comunità, Milano 1964; (II edizione), Etas Kompass, Milano 1968, (III edizione) Franco Angeli, Milano 2003. Trad. spagnola Editorial Gustavo Gili, Barcelona 1976.

La storia della critica architettonica, che in precedenti libri di storia della critica d'arte occupava uno spazio esiguo o era implicita nei saggi di storia dell'architettura, trova in questo volume la sua prima trattazione specifica. La vicenda storica dell'architettura dalla seconda metà dell'Ottocento agli anni trenta non è vista solo in rapporto ad una serie di parametri omogenei, ma riferita a numerosi interessi che, pur avendo una diversa natura, confluiscono tutti nell'esercizio della critica. Cosicché accanto all'Einfühlung o alla Raumgestaltung, ossia a temi specificamente teorico-critici, si trovano, riportati all'architettura, gli assunti del razionalismo, dell'idealismo, del marxismo, dell'esistenzialismo, della fenomenologia; in una parola, i molteplici aspetti ideologici e metodologici che hanno accompagnato e talvolta condizionato l'architettura nel suo farsi.

Recensioni: R. Banban in «Architectural Review»; C. Barbieri ne «Il Mattino»; G. Caronia nel «Corriere della sera»; M. Fagiolo nell'«Avanti!»; A. Finocchi in «Edilizia Moderna»; E. Garroni in «Paese sera»; F. Menna ne «La Fiera letteraria»; G. Mezzanotte in «Casabella» e in «Civiltà delle macchine».

Architettura come mass medium, note per una semiologia architettonica, Dedalo libri, Bari 1967. Trad. spagnola Editorial Anagrama, Barcelona; trad. tedesca, Bertelsmann Fachverlag, Gutersloch 1972.

Un quadro critico dell'architettura post-bellica, quella rispondente alle esigenze della cosiddetta società dei consumi di massa. Considerazioni storiche, politiche, sociologiche e tecniche inducono a ritenere l'architettura scaduta nel novero dei mass media, i quali tuttavia, sia pure nel noto modo eterodiretto, hanno il compito di trasmettere dei messaggi. E proprio su tale aspetto comunicativo che la cultura critica può intervenire in senso correttivo. È necessario allora agire sui significati dell'architettura, risolvere la sua crisi semantica per ridare ad essa un ruolo non strumentale e subalterno. Le nuove indicazioni della semiologia, cui è dedicata la parte conclusiva del libro, consentono di operare in tal senso.

Recensioni: E. Garroni in «Paese sera»; S. Tavares nella rivista portoghese «Protéria»; B. Zevi ne «L'Espresso».

Il codice dell'architettura, antologia di trattatisti, E. S. I., Napoli 1968, II edizione Liguori editore, Napoli.

Sintesi dei precedenti studi sulla storia dell'architettura rinascimentale (elaborati dall'autore prevalentemente in sede didattica) e sulla storia della critica, questa ricerca, iniziata nel '63, nel raccogliere e commentare per la prima volta in un solo volume i passi più significativi dei trattatisti del XV e XVI secolo unitamente al loro modello vitruviano, risponde a due esigenze. La prima è quella di diffondere questo genere di letteratura, che occupa un posto centrale nella storiografia dell'arte, oltre l'ambito dell'erudizione, attraverso un'opera di sintesi accessibile a tutte le persone interessate all'esperienza architettonica. E tale intento risponde all'originaria funzione operativa della trattatistica, che costituiva un corpus di norme, consigli ed indicazioni assimilabile ad un vero e proprio codice dell'architettura; donde la seconda esigenza programmatica del libro. Il commento dei brani scelti è stato angolato da una visuale semiologica; sono così emersi dai testi consultati degli inediti processi di significazione e degli spunti critici di notevole attualità. In sostanza, dopo tanti enunciati teorici sullo strutturalismo e la semiologia, l'autore indica nella letteratura dei trattatisti un esempio tangibile di codice architettonico che, se opportunamente storicizzato, può costituire forse il più utile modello per una moderna teoria dell'architettura.

Recensioni: S. Lang in «Architectural Review»; G. Mezzanotte in «Casabella»; A. Pica in «Domus»; S. Ray in «Paese sera»; A. Rigoni ne «L'Osservatore romano»; V. Vercelloni ne «Il Confronto»; G. Visentini ne «Il Messaggero».

Storia e struttura, teoria della storiografia architettonica, E. S. I., Napoli 1970. Trad. spagnola Alberto Corazon Editor, Madrid s.d.

I problemi metodologici della storiografia architettonica sono inquadrati nel più ampio contesto dei capisaldi della generale metodologia storica: il principio di individualità, di causalità, di selettività; il rapporto tra storia e scienza, tra storia e sociologia; l'influenza dell'esperienza storica su ogni attività decisionale ed operativa. Successivamente l'autore tenta un confronto tra storicismo e strutturalismo, quest'ultimo considerato soprattutto nelle sue anticipazioni che si riscontrano proprio nel campo della storia dell'arte. Dal duplice rapporto tra la storiografia architettonica e la generale metodologia della storia, da un lato, e tra storicismo e strutturalismo, dall'altro, emergono significative indicazioni per molti temi del dibattito architettonico contemporaneo: il ruolo della storia nella formazione degli architetti, la relazione fra storia e progettazione, quella tra antico e nuovo; e in definitiva la possibilità d'una nuova metodologia per il fare architettonico e la sua storia.

Segni, storia e progetto dell'architettura, Laterza, Roma-Bari 1973 (4 edizioni).

Il tentativo più organico e coerente di delineare una teoria semiotica dell'architettura.
L'autore individua nella conformazione spaziale il carattere specifico del linguaggio architettonico, e fonda sull'identità tra spazi e segni la sua «lettura» di alcuni momenti nodali della storia dell'architettura, dal tempio greco alla Rotonda palladiana, da Sant'Ivo alla Sapienza all'Unité d'habitation.

Storia dell'architettura contemporanea, Laterza, Roma-Bari 1974-2007; (6 edizioni); trad. spagnola H. Blume Ediciones, Madrid.

L'eclettismo storicistico, l'Art Nouveau, l'avanguardia figurativa, il razionalismo, l'architettura organica, il codice virtuale, la produzione postmoderna. E, inoltre, il decostruzionismo, il minimalismo e il transculturalismo, fino all'architettura telematica. Di tutte le correnti dell'architettura contemporanea questa storia rintraccia le condizioni storico-sociali, le poetiche e i protagonisti, ed esamina le opere più rappresentative.

La «riduzione» culturale, una linea di politica della cultura, Dedalo libri, Bari 1976; trad. spagnola Alberto Corazon Editor, Madrid.

Un libro contro i discorsi «difficili», i comportamenti «facili», il conformismo e la noia.
Quanto ai significati del termine, ricordiamone alcuni a partire dalla radice etimologica. Dal verbo latino re-ducere, ossia ricondurre, la parola ha assunto i seguenti significati: ritorno, trasposizione, traduzione, adattamento, semplificazione, diminuzione, costrizione, ecc. Appare chiaro che, elencati in quest'ordine, essi delineano una graduale caduta di valore relativa alle operazioni indicate: si passa da un senso filosofico (la riduzione della fenomenologia husserliana) ad uno chiaramente denigratorio attraverso quelli più specificatamente strutturalistici che, come si vedrà, ci interessano più da vicino pur nelle interpretazioni che andremo suggerendo. Comunque, altrettanto chiaro risulta che il termine «riduzione» assume un diverso uso lessicale a seconda dei campi in cui viene adoperato; ne daremo conto via via che tratteremo alcuni di tali campi. Tuttavia vogliamo far rientrare nel saggio la definizione più comune del termine in esame, poiché a completamento degli strumenti necessari a porre sul tappeto e nel modo più radicale il problema, non è possibile escludere l'accezione quantitativa della «riduzione», ossia riduzione come diminuzione.


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Le Corbusier designer, i mobili del 1929, Documenti di Casabella 1976, trad. inglese e tedesca.

È stato Sergio Bettini il primo a parlare dei mobili come segni, proprio riferendosi a quelli disegnati da Le Corbusier: «Pare a me – egli scrive – che la qualità maggiore di queste poltrone di Le Corbusier sia nel fatto che esse sono "segni", nei quali le due catene simboliche, spaziale e temporale ("geometria" e "funzione"; o, se si vuole citare a sproposito Pascal, "esprit de géométrie" ed "esprit de finesse") sono portate, dalla "parole" di Le Corbusier, a coincidere in un equilibrio impeccabile». Ma è stato l'autore di questo saggio ad effettuare la prima lettura semiologica applicata al furniture design e a storicizzare la produzione corbusiana nell'ambiente del suo tempo.

L'architettura dell'Ottocento, UTET, Torino 1980.

L'architettura italiana dell'Ottocento per lungo tempo ha sofferto di una diffusa sottovalutazione critica, che ne ha limitato l'interesse e spesso ha impedito un esame sereno e approfondito delle sue espressioni da parte degli stessi studiosi di storia dell'arte. L'ipoteca negativa della critica e la disaffezione della storiografia rilevabile dall'insufficienza di opere dedicate alle esperienze architettoniche del XIX secolo in Italia si riflettono nello scarso apprezzamento del pubblico che guarda ancora distrattamente alla varietà di esempi notevoli che architetti e urbanisti del tempo hanno disseminato nel nostro paese, aprendo più di una volta la via alle sperimentazioni dell'architettura contemporanea.
Indagando fin dalle prime pagine sulle cause di tale situazione critica e storiografica, con limpidezza di metodo l'autore compone la sintesi anche iconograficamente persuasiva della vicenda architettonica e urbanistica dell'Ottocento italiano. Vicenda che rispecchiò nella molteplicità dei linguaggi la storia di un periodo segnato da radicali trasformazioni politiche, economiche e sociali; e che interpretò l'urgenza della cultura artistica di esplorare i confini delle proprie esperienze, mentre presentiva l'approssimarsi di un mondo dove la novità e l'utopia sociale, tecnologica e psicologica apparivano come le grandi forze rimodellatrici. Ne risulta un itinerario che collega i dati unitari di questa stagione artistica senza trascurare l'incontro con le sue specifiche varianti regionali o addirittura locali: particolarismo che rappresenta uno dei tratti distintivi della società italiana ottocentesca, che solo dopo la metà del secolo raggiunge l'unità politica, partecipa tardivamente della rivoluzione industriale e si affaccia al secolo inquieto della razionalità e della velocità ancora tenacemente vincolata alle tradizioni d'origine delle sue regioni-stato.

L'architettura del Cinquecento, UTET, Torino 1981.

Dai progetti bramanteschi di chiesa a pianta circolare ispirati all'ideale di perfezione della cosmologia platonica fino alla divulgazione delle «Instructiones fabricae et supellectilis ecclesiasticae» di San Carlo Borromeo – il manifesto controriformista contessuto di prescrizioni minuziose che affidò all'architettura il compito di ripristinare il cattolicesimo come religione popolare nelle coscienze scosse dalle tesi di Lutero – trascorre quella fase matura del Rinascimento italiano che la storiografia d'arte ha identificato con la presenza, già rilevata dal Vasari, di due fondamentali tendenze. Una «derivata dagli antichi» fu più tardi definita «classica». Attraverso i canoni della razionalità, della misura e della norma esemplare essa tradusse nell'arte l'ideale di vita fondata sulla stabilità, sulla durata, su un ordine oggettivo, sottratto al quotidiano e al caduco, espresso nei primi decenni del secolo dal consolidarsi delle signorie, dall'affermarsi del capitalismo finanziario e mercantile e dalla grandezza temporale della corte pontificia restaurata dopo l'esilio avignonese. L'altra tendenza, definita della «maniera», rappresentò il tramonto del progetto classico di un mondo perfetto e definitivo, regolato da un'aristocratica armonia che esclude ogni lotta. Declino che conseguì al trauma provocato dai dodicimila lanzichenecchi di Carlo V che nel 1527 devastarono Roma, da poco ritornata centro della civiltà occidentale; al dinamismo intrinseco – allo spirito del capitalismo, che in quei decenni si impose definitivamente sulla statica struttura feudale; alla crisi di autorità della Chiesa per effetto della Riforma. Intorno ai concetti di «classicismo» e di «maniera» la disputa storiografica novecentesca e stata aspra. Soprattutto riguardo al secondo, viziato dall'ipoteca negativa dei critici classicisti del '600 ai quali è riconducibile la connotazione spregiativa ancora persistente nel termine stesso di Manierismo: inteso come stile ricercato e stereotipo dei continuatori e pedissequi ripetitori dei grandi artisti rinascimentali; oppure, per contro, enfatizzato da una interpretazione che ne ha esaltato il soggettivismo e l'inclinazione alla deroga dai canoni tradizionali dell'arte come manifestazioni di una cultura progressiva che si oppose al classicismo, semplicisticamente ridotto a espressione di rigido conservatorismo, a emblema di tutto ciò che è antimoderno. Con metodo fondato sui modelli che la linguistica strutturale ha validamente offerto alla critica d'arte, l'autore affronta in modo nuovo i problemi posti dalla intensa stagione dell'architettura cinquecentesca. E dimostra in modo persuasivo come fra il codice-stile classicista e quello manierista non vi fu una «frattura incolmabile» prodotta da due contrastanti visioni del mondo «bensì una serie di passaggi, di mediazioni, talvolta differenze di soli accenti».

Storia dell'arte contemporanea, Laterza, Roma-Bari 1983 (6 edizioni) ; trad. portoghese Editorial Presença, Lisboa 1988.

La linea dell'espressione: la pittura dell'Art Nouveau, l'Espressionismo, il Futurismo. l'Astrattismo espressionista, l'Informale, la Body Art. La linea della formatività: il Fauvismo, il Cubismo, la scultura del primo Novecento, l'Astrattismo, De Stijl, il Concretismo, Calder e Moore, la Op. Art. La linea dell'onirico: la Metafisica, il Surrealismo: La linea dell'arte sociale: il Realismo espressionista, il Realismo socialista, l'arte politicamente impegnata, la Pop Art. La linea dell'arte utile. il Purismo, gli artisti del Bauhaus, il Costruttivismo, l'Utile in De Stijl, l'utilitario tra Op e Pop Art. La linea della riduzione: Dadaismo, New Dada, Arte Povera, Minimal Art, il Concettualismo, la Transavanguardia.

Il Quattrocento in Italia, UTET, Torino 1984; traduzione spagnola Ediciones ISTMO, Madrid 1999.

All'incrocio di coordinate culturali estese e ramificate, ancora implicato, ai suoi albori, con moduli e maniere dell'esperienza artistica precedente (convenzionalmente: «medievale») e foriero di quello che sarà il pieno Rinascimento (da identificarsi, ancora convenzionalmente, con il Cinquecento), il Quattrocento italiano abbraccia un complesso di elementi «di frontiera», ancora rivolti al versante che lascia alle spalle o protesi a quello che intravede in lontananza, ed elabora, nel contempo, una fioritura autonoma e grandiosa, che richiede di essere ragionevolmente affiancata all'intensa e coeva esperienza dell'Umanesimo civile e letterario. Un territorio storiografico di ampio e vitale respiro, quindi, che non può non sollecitare l'intelligenza e il gusto di chi lo voglia accostare in modo spregiudicato e innovativo, ma fedele alla realtà concreta del fatto estetico (che è sempre «storico», «sociale», «culturale» anche nell'esaltazione primaria della sua specificità). In tal senso, la vigorosa e sensibile impostazione metodologica dell'autore appare esemplarmente idonea per una materia differenziata e multiforme qual è quella che compone il Quattrocento, prestandosi a un'analisi che identifichi minuziosamente e chiaramente quanto accomuna le varie espressioni artistiche e quanto le definisce nella loro singolarità, che sottolinei gli episodi fondamentali emergenti e disegni la griglia connettiva globale. Lo strumento in questione è una prospettiva di lettura originalmente informata ai più agguerriti apporti dello strutturalismo e della semiologia, ma radicata in una salda coscienza storiografica. In virtù di essa le categorie interpretative della forma e del senso, l'indagine tipologica sui paradigmi e quella iconologica sui temi valgono ad articolare un panorama tanto vasto quanto rigoroso, nel quale la produzione artistica comparativamente relativa alle tre espressioni maggiori (architettura, scultura, pittura) si offre sotto l'angolo visuale di una triplice estrinsecazione diacronicamente tipologica («lineare», «volumetrica», fondata sul «concorso delle arti») correlativa di quella tematica (che si individua come «religiosa», «civile-borghese», «classico-mitologica»).

L'architettura del Quattrocento, UTET, Torino 1984.

Le istanze metodologiche della coscienza storiografica e critica più recente si fanno sempre più scaltrite e problematiche: «storia», dei fatti artistici, linguistici, culturali; ma anche «geografia»: nel senso che allo studio di motivazioni, ragioni, fattori che si giustificano e si definiscono nel tempo, nel processo e nell'evoluzione cronologica, si deve strettamente affiancare quello fondato sulla dimensione «verticale», geografica appunto, come sede privilegiata ed esemplare di particolari sostrati, ambienti, centri di gusto e di civiltà. Con un uso sapiente di entrambe le coordinate al fine di meglio agire sull'articolata concretezza del fatto architettonico (che è sempre, insieme, artistico e funzionale, estetico e «sociale»), Renato De Fusco delinea un profilo per molti versi inedito dell'architettura italiana del primo Rinascimento, analizzandola sottilmente, oltre che nei legami con il passato, anche nei ponti gettati sul futuro. In dettaglio, l'Autore individua tre codici-stili a cui si può complessivamente ascrivere la produzione architettonica del secolo XV: uno lineare, nel quale il senso della linea prevale su quello del piano e del volume; uno volumetrico, nel quale gli aspetti stereometrici della costruzione prevalgono su quelli della linea e del piano (ed entrambi hanno il nucleo di origine e di irradiazione in Toscana); e un terzo pittorico o dei dialetti, che, accomunando fabbriche in cui un carattere genericamente «pittorico» o «figurativo» si impone su quelli spaziali-strutturali, affonda le radici in aree relativamente marginali rispetto a quella dove si forma la «lingua», cioè la Toscana dell'Umanesimo, concretandosi soprattutto nel gusto lombardesco, veneziano e siculo-napoletano. L'ampia ricognizione si attua, infine, sullo sfondo di una generale interpretazione del Rinascimento come riduzione: e non solo, etimologicamente, come riconduzione ai modelli felicemente riscoperti dell'antichità classica, ma, più significativamente, come «semplificazione», «alleggerimento», «ritorno all'essenziale» in confronto con l'esperienze immediatamente precedenti del Romanico e del Gotico, in specie con le manifestazioni estreme di quest'ultimo.

Il progetto d'architettura, Laterza, Roma-Bari 1984.

Il significato, la funzione e i linguaggi della progettazione nella storia e nella prassi dei movimenti architettonici moderni, dall'Art Nouveau al Post-modernismo. Una guida essenziale per il progettista e lo storico, e la risposta ad alcuni problemi essenziali del fare architettura.

Storia del design, Laterza, Roma-Bari 1985-2006 (9 edizioni); trad. spagnola Santa & Cole, Barcelona 2005.

Dalla Rivoluzione industriale a oggi, la prima storia completa del design. Uno dei più grandi fenomeni culturali e socio-economici dell'età contemporanea, visto nei suoi aspetti più specifici: la progettazione, la produzione, la vendita e il consumo.

Storia dell'arredamento, UTET, Torino 1985, II edizione Franco Angeli, Milano 2004.

Pur con le dovute relazioni con l'architettura, da un lato, e l'antiquariato, dall'altro, questo libro mira a trattare l'arte dell'arredamento in tutta la sua specificità ed autonomia. La struttura delle singole stanze – piante, pareti, porte, finestre, coperture – il decoro di tali elementi, il sistema dei mobili costituiscono l'oggetto del saggio e del suo esame, sia progettuale, sia soprattutto storico. Il testo è articolato in sette capitoli: il primo è dedicato ad alcuni cenni sull'arredo del mondo classico e medievale, indispensabili precedenti per la produzione successiva che va dal secolo XV al XX, ad ognuno dei quali è dedicato un capitolo. In ciascuno il lettore troverà la narrazione del contesto storico di quel secolo, l'associazione dell'arredamento alle altre arti, la descrizione dello stile epocale, l'analisi degli elementi d'arredo, ossia il sistema dei mobili e della configurazione delle superfici, quelle cioè che danno forma agli ambienti.
Il successo di quest'opera, che viene riproposta oggi in una nuova edizione, si deve all'intento tendenzialmente esaustivo dell'argomento nonché alla capacità dell'autore di tratteggiare, con vivo gusto della descrizione, un'appassionata e fitta geografia di stili e di forme, di opere e di artisti.

Il gioco del design, Electa, Napoli 1988.

Monografia sulla produzione dell'azienda Driade, articolata secondo la teoria del quatrifoglio (progetto, produzione, vendita e consumo). Quanto al termine «gioco», l'autore scrive: «A voler individuare uno dei caratteri più marcati della Driade, direi che esso vada riconosciuto proprio nel fattore ludico, nella tendenza al gioco, presente in tutto il suo processo-design ma soprattutto nei momenti progettuali e promozionali. Dire che un'impresa industriale «giochi» non significa ovviamente che essa operi poco seriamente, che i suoi prodotti siano poco studiati, non duraturi, privi di garanzie, ecc., ma che fra tutti i tipi di motivi ispiratori – le spinte economiche, sociali, tecniche, storicistiche, avveniristiche e simili – emerge appunto quello ludico, a sua volta non estraneo a dette spinte. Donde la necessità di definire meglio questo fattore del gioco e le sue molteplici valenze».


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Posillipo, Electa, Napoli 1988.

Immaginando che un uomo (o una comunità), non importa per quale motivo, debba trascorrere tutta la vita in un luogo, egli può dirsi invero fortunato se la sorte gli assegna la collina di Posillipo. E ciò anzitutto per i valori del sito dal nome antico che significa «tregua dal dolore» alla bellezza paesistica, dall'opera di natura a quella dell'artificio umano, dalla fertilità della terra alla varietà dello scenario, dal fascino dei miti ai ricordi storici – ma anche per una serie di circostanze e di connotazioni che lo hanno reso, nonché confortevole, come isolato e diverso da tutti gli altri. L'autore narra la storia di questo celebrato sito, dall'insediamento romano che, al livello del mare, ha lasciato un alto numero di ruderi e strutture, a quello medievale coi suoi quattro casali collinari: S. Strato, Angari, Spollano e Villanova; dai palazzi rinascimentali e barocchi (Donn'Anna) ai più recenti nuclei dell'800 e 900.

Le nuove idee di architettura, storia della critica da Rogers a Jencks (in coll.), Etas libri, Milano 1991.

Se il volume L'idea di architettura, edito nel 1964, è stato accolto come il primo tentativo di una storia della critica architettonica, il presente, oltre a continuare questa storia dal dopoguerra ad oggi, va inteso quale risposta a una nuova esigenza: quella di dare ordine a una letteratura divenuta vasta, problematica, eterogenea fino all'eclettismo. È stato così necessario dare conto sia dei contributi «esterni» alla disciplina (la Gestalt theorie, la massmediologia, la teoria dell'informazione, lo strutturalismo, la semiologia, l'ermeneutica ecc.), sia di quelli «interni» (la crisi del Movimento Moderno, la «tradizione del nuovo», il ripensamento della storia, la dicotomia piano-progetto, la questione dei centri storici, fino alle micrologie della condizione post-moderna). Questi apporti sono stati integrati e interpretati nella prospettiva di una metodologia unitaria. Infine, il confronto ravvicinato con i temi del dibattito in corso ha consentito una critica testimoniale, propositiva e operativa.

L'artidesign (in coll.), Electa, Napoli 1991.

Oggetto di questo libro è un genere di produzione proprio di alcuni settori merceologici e segnatamente dei mobili e degli oggetti d'arredo, che si colloca fra l'artigianato e l'industrial design e che proponiamo di chiamare «artidesign». Diciamo subito che non intendiamo assegnare un nome ad un fenomeno produttivo di compromesso, almeno nell'accezione più corrente e peggiorativa tra i due tipi di attività più noti e tradizionali, ma tentare di definire un campo che, pur risentendo di tali tipi, compromettendoli nel senso migliore del termine, presenta una sua specificità progettuale, produttiva, di vendita e di consumo. Intendiamo inoltre dimostrare che esso, sia pure limitatamente ai settori suddetti, è più importante dai punti di vista quantitativo e qualitativo dell'artigianato, specie se arcaicamente inteso, e dell'industrial design, specie nella sua concezione teorica od ortodossa

Il progetto del design, per una didattica del disegno industriale (in coll.), Etas libri, Milano 1992.

Alla base di questo volume, pensato per il designer, l'architetto, lo studente, l'autodidatta, c'è una classificazione riduttiva dei prodotti industriali che gli autori considerano indispensabile ad ogni teoria e pratica del design. Essa, grazie anche all'apporto di altre discipline, dalla psicologia della visione all'ergonomia, dalla semiologia alla prossemica, dallo strutturalismo all'ermeneutica, dalla tecnologia alla critica d'arte, è «costruita» in modo che il minor numero di nuove categorie possa contenere il maggior numero di oggetti di design, potenzialmente tutti. Cosicché, al posto delle vecchie elencazioni merceologiche, di scarso interesse per la progettazione, solo sette tipi di prodotti – i sostitutori, i lavoratori, i sostenitori, i contenitori pieni e cavi, i trasportatori, i visualizzatori – bastano ad individuare e descrivere l'intero campo del design. La parte propriamente didattica del libro traduce la teoria, che ha portato a tale definizione del campo, in una pratica volta soprattutto a richiamare sui punti più caratterizzanti di ogni oggetto l'attenzione progettuale.

Dentro e fuori l'architettura, Scritti brevi (1960-1990), Jaca Book, Milano 1992.

Avendo alle spalle un lungo itinerario e una vasta pubblicistica di riflessione e di critica sull'architettura contemporanea, l'autore propone in questa raccolta di saggi una avvincente sintesi del suo percorso storico-critico, oltre che la forte e netta testimonianza della vasta complessità di interessi nutriti da una intera generazione di architetti e studiosi d'architettura tra il 1960 e il 1990. La raccolta offre approfonditi, sapienti e ben circostanziati strumenti di riflessione ad un vasto pubblico di lettori, anche non specialisti, in quattro sezioni – teoria e storia dell'architettura contemporanea, problemi dell'università, dibattito sui centri storici, tematica del design – in cui costante è l'attenzione anche a tematiche socioculturali di rilievo quali gli sviluppi del pensiero estetico, della tecnologia, della cultura di massa, della condizione post-moderna, della fruizione stessa del prodotto architettonico e del design. II discorso è sempre svolto in stringata aderenza ad interessi reali e ad esperienze precise, lontano da sofisticati intellettualismi o inconcludenti e non operabili fantasticherie.
Il titolo Dentro e fuori l'architettura evidenzia il binomio caratterizzante a più livelli l'architettura stessa, quali il proprium di una spazialità interna od esterna, la sua autonomia ed eteronomia. Ne risulta un attualissimo ordine di problemi aperti, fondato su una rara capacità di svolgere con leale chiarezza una critica intessuta di deciso e consapevole rischio personale, totalmente priva di scontati luoghi comuni e impegnata a collocare in modo fondato l'architettura nel più vasto alveo della cultura moderna o un compito preciso, moralmente e disciplinarmente fondato.

Gli scritti brevi contenuti nel volume sono: Lettere di Persico a Gobetti (1965) Architettura e cultura di massa (1965) V. Gregotti, La ricerca storica in architettura (1966) Recensione Un'avanguardia verosimile (1971) I cinquant'anni di «Casabella» (1979) La polemica sui post-moderno (1980) La nuova «Casabella» (1982) Continuità del Protorazionalismo (1982) Del sovrastrutturale (1982) Lo stile internazionale (1982) La scatola delle costruzioni (1983) L'arredamento della «cultura mediterranea» (1985) Verso un nuovo «ismo» architettonico (1986) Piano e progetto (1986) Il circolo piano-progetto (1986) Costruire in ogni luogo (1987) G. D'Amato, L'architettura del Protorazionalismo (1987) Prefazione L'architettura e la gente (1988) I rischi della storia (1990) La soglia degli anni novanta, tre risposte di R.D.F. (1990) Arte, critica ed educazione visiva (1969) La storiografia nella facoltà di architettura (1970) L'insegnamento della progettazione (1978) Materie «diverse» per formare architetti (1977) 100 modi di fare l'architetto (1978) La scienza delle costruzioni per gli architetti (1978) Autonomia ed eteronomia (1978) Corsi e indirizzi di laurea (1980) Una Facoltà chiamata dipartimento (1983) Le arti s'insegnano, le arti s'imparano (1990) La minilaurea (1991) Antico e nuovo come valori (1966) I centri storici nella prospettiva semiologica (1976) II restauro architettonico: ricchi apparati e povere idee (1980) Il restauro del «nuovo» (1981) Tra proibizionismo e abusivismo (1985) Neapolis (1985) Non tutta la città è un bene culturale (1986) Beni (e mali) culturali (1986) La città a mosaico (1986) Antico/nuovo e interni/esterni (1987) Quattro norme per i centri storici (1988) Elogio del compromesso (inedito 1990) Due tipi di design (1982) Del design onnicomprensivo (1982) Arredamento e design (1983) Note su semiotica e design (1985) Produttori e editori (1986) La storia amica (1986) Che cosa si venderà? (1986) Elogio dell'hand made (1986) La questione dell'arte applicata (1987) Dieci anni di design italiano: 1977-1987 (1987) Il computer bello (1988) L'estetica del design: ipotesi mimetica (1989) L'estetica del design: ipotesi funzionale (1989) L'estetica del design: ipotesi della «symmetria» (1989) L'estetica del design: bello come «concinnitas» (1989) I «ponti» del design fra Europa e America (1989) L'artidesign di Munari (1990) Design e storiografia (1991).

Mille anni d'architettura in Europa, Laterza, Roma-Bari 1993 (4 edizioni).

Un quadro storico completo e originale dell'architettura europea dal X al XX secolo. Classificate per le loro somiglianze morfologiche, le opere analizzate si dispongono in linee genealogiche che costituiscono una guida preziosa al saper vedere l'architettura.

Napoli nel Novecento (Architettura e urbanistica), Electa, Napoli 1994.

La struttura del libro si compone di tanti capitoli quanti sono i codici-stile che a Napoli hanno avuto espressione nel nostro secolo: l'Eclettismo storicistico, il Floreale, il Neoeclettismo, L'architettura degli anni '30, il Razionalismo, il Post-razionalismo, la Condizione della grande dimensione, «Costruire nel costruito». Ogni capitolo è, a sua volta, articolato in paragrafi, ciascuno dei quali ha per oggetto singoli edifici, quartieri, episodi di architettura a scala urbana ed opere rientranti in una stessa tipologia. Beninteso, alcuni titoli di capitoli corrispondono a definizioni stilistiche normalmente acquisite dalla storiografia, come «Eclettismo», «Floreale», «Razionalismo»; altri invece sono stati proposti come espressioni appositamente coniate per includere o sintetizzare più codici-stili o ancora manifestazioni proprie della produzione architettonica napoletana. Cosi, ad esempio, nel capitolo intitolato «L'architettura degli anni '30», sono state trattate più tendenze manifestatesi in tale periodo; in quello del «Post-razionalismo», sono state considerate varie correnti seguite dagli architetti napoletani dalla metà degli anni '50 in poi; in quello chiamato «La condizione della grande dimensione» si spiega il modo particolare in cui qui è stata intesa la poetica macrostrutturale, praticamente espressa, secondo l'accezione proposta, dal solo Centro direzionale; analogamente l'ultimo capitolo è interamente dedicato al Programma straordinario di edilizia residenziale (1982-91). Insomma, la suddetta nomenclatura dei capitoli rientra nell'ordine che si è voluto dare alla materia, ovvero negli «artifici storiografici», atti a strutturare il libro.

L'Italia e la formazione della civiltà europea, Dall'architettura al design (a cura di), UTET, Torino 1994.

I saggi che compongono questo volume, dedicato all'architettura, e quello seguente, che tratta della pittura e della scultura, non si propongono di stabilire nazionalistici «primati», ma di indicare il ruolo giocato, nella formazione della cultura europea, dall'arte italiana. Il proposito risulta complesso perché non ci troviamo di fronte ad un fenomeno di sola esportazione, bensì ad un continuo scambio, ad un dare ed avere che si configura come una vera e propria osmosi. Pertanto, nelle sue linee generali, il programma del nostro studio può considerarsi incentrato intorno ai seguenti punti, che, considerati sotto l'aspetto metodologico, sono serviti da guida nella redazione dei singoli saggi.
1) Definire i caratteri esponenti dell'arte italiana di ciascun periodo, dall'XI secolo ad oggi; 2) stabilire i termini iniziali e finali del periodo studiato; 3) cercare di cogliere, in relazione a quest'ultimo, per così dire, il dare e l'avere fra l'arte italiana e quella europea; 4) indicare, oltre alle opere, di cui al punto precedente, anche gli altri tramiti delle reciproche influenze, vale a dire le testimonianze degli artefici, i loro viaggi, i documenti, la letteratura artistica e quant'altro costituisce il metalinguaggio storiografico. L'originalità della nostra ricerca sta quindi proprio in questo continuo porsi al di qua e al di là della frontiera e di soffermarci tanto sulle cause (le opere e le scuole agenti da modello), quanto sugli effetti (le opere e le scuole influenzate) del suddetto scambio.

Imparare a studiare, il metodo della «riduzione» culturale, Il Cardo, Venezia 1995.

«Non ci sono che due possibilità di apprendimento: quella della specializzazione e quella che tenta di imparare "dove mettere le mani": la metodologia aperta». Così Renato De Fusco riassume le intenzioni di questo suo «metodo dei metodi», coraggiosa rivendicazione del valore della cultura generale, e insieme guida pratica per imparare a studiare riducendo a metodologia unitaria, trasversale, le sintesi prodotte da tante diverse discipline. Una «riduzione» culturale che rifugge la banalizzazione. Uno stimolo al ragionamento «difficile» che porta al discorso «semplice». Un saggio che invita ad aspirare alla beata condizione – per citare Stendhal – di «colui che ha per passione il proprio mestiere».

Storia, progetti e «parole» su Napoli, Scritti brevi (1979-1996), Casa Editrice Fausto Fiorentino, Napoli 1996.

Gli articoli contenuti nel volume sono: I negozi di arredamento (1983), Il design post-industriale (1983), Il Belvedere a Montecalvario (1986), Miseria e nobiltà dei borgo di Chiaia (1986), Non di solo Vesuvio (1986), La scalinata di via dei Mille (1984), L'occasione post-moderna (1987), Il grande vecchio (1987), Tra S. Elmo e il mare (1987), Turismo come caccia al tesoro (1987), Elogio dell'auto (1987), Tetti e terrazze (1987), Urbanistica a passo d'uomo (1988), Dentro e fuori le città (1988), Architettura e consenso politico (1988), Il grattaterra (1988), Sotto la città (1988), Sottonapoli (1988), La città del Turcagnota (1989), Dai casali agli ambienti urbani (1989), La tutela del nuovo (1989), Storico sì, storico no (1989), I miti dannosi (1989), I rischi della storia (1990), Un'assurda Mergellina (1992), La cultura non è un alibi (1993), Una via d'uscita (1993), Lo spettacolo della cultura (1993), Beni culturali e occupazione (1993), Gli apparati e le idee (1993), La speculazione architettonica (1994), Quando le case erano bianche (1994), Isole pedonali (1995), Beni culturali: più investire che guadagnare (1995), Design e problema occupazionale (1996), Dov'era e com'era (1996).


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Storia dell'idea di storia, E.S.I., Napoli 1998.

La scelta di esporre le idee al posto dei fatti e dei libri che li narrano rende questo saggio non un testo di storia politico-culturale, né di storia della storiografia, bensì una raccolta ragionata dei concetti, dei pensieri, degli assunti filosofici e metodologici sulla storia, elaborati dall'antichità fino ad oggi. Si tratta in sostanza di uno studio di «filosofia della storia», non nel senso hegeliano dell'espressione, ma in quello datole da Voltaire che, nel coniarla per primo, la intendeva come riflessione filosofica sulla storia. Benché l'ottica qui prevalente sia quella che nasce da un incontro fra storicismo e strutturalismo, il ricorso alla filosofia non va inteso come un richiamo, per così dire, ai massimi sistemi, ma a quello più duttile e pragmatico delle mentalità; così, quanto all'impianto teorico, il testo segue una prospettiva più empirica peraltro affine alla storiografia che è appunto una disciplina empirica. Grazie a questa più eterodossa visione, è stato possibile includere il maggior numero di temi e problemi della ricerca teorica sulla storia: i principi di individualità, causalità e selettività; argomenti quali il tempo, il contesto, la continuità o meno della storia, la ricostruzione del passato e le previsioni future; le dibattute dispute sull'esistenza di «leggi» nella storia, sulla concezione di essa come scienza o qualcos'altro, sul rapporto tra vita e storia fino all'esame dei luoghi comuni: la «verità», l'«oggettività» e la «lezione» della storia. La molteplicità tematica qui affrontata dovrebbe richiamare l'interesse del più vasto pubblico: dagli storici ai sociologi, dai politici ai politologi, dagli studiosi di antropologia a quelli di storia dell'arte, a chiunque insomma sia persuaso che di ogni disciplina, esperienza e fenomeno può tracciarsi la storia e che dalla storia non si esce. Nel libro si effettua un excursus delle idee di storia diviso in dieci capitoli i cui paragrafi sono dedicati a profili di singoli autori, da Erodoto ad Agostino, da Machiavelli a Vico, da Hegel a Nietzsche, da Droysen a Weber, da Croce a Popper fino agli autori delle «Annales», della scuola narratologica e di quella diometrica; chi filosofo, chi metodologista, chi sociologo, chi cultore di tutti questi interessi. La molteplicità delle prospettive e l'arco temporale così ampio assegnano al saggio soprattutto un carattere divulgativo e di utile consultazione. Nell'ipotesi che il lettore non condivida le interpretazioni critiche, il libro, in fatto appunto di consultazione, gli offre almeno le definizioni dell'idea di storia dal mondo classico alla più flagrante attualità. Nel testo è dedicato altresì un largo spazio alla storia dell'arte, sia perché l'autore è prevalentemente un suo cultore, sia soprattutto perché molti teorici considerano un'arte la storia stessa. La tesi conclusiva dell'indagine, generalmente orientata alla ricerca di «artifici» storiografici, di fattori euristici, di interpretazioni ermeneutiche, di ipotesi sperimentali, è quella per cui, se non la storia, certamente la storiografia si «progetta» al pari di ogni costruzione e ricostruzione.

«Artifici» per la storia dell'architettura, E.S.I., Napoli 1998.

Edito qualche mese dopo il saggio Storia dell'idea di storia dello stesso autore, ma ideato molti anni prima, questo libro costituisce sia un'anticipazione dell'altro, sia una «applicazione» di esso al campo specifico dell'architettura e dell'arte. Costante rimane la tesi di De Fusco per cui, se non la storia, certamente la storiografia si progetta al pari di ogni altra costruzione o ricostruzione. Se quest'assunto è ammissibile per la storiografia in generale, ancor più vero risulta per quella dell'architettura, un'arte progettuale per antonomasia, Gli «artifici» che intitolano il libro sono appunto gli strumenti euristici per progettare la storiografia architettonica, per imparare a studiare la storia, per guidare chi intende intraprendere il mestiere di storico.
Il saggio pertanto si rivolge anzitutto a quest'ultimi, suggerendo quanto rientra nel compito didattico: dai principi generali alle diverse angolazioni metodologiche, dalle scelte che competono a chi scrive di storia, alle modalità di apprendimento – prima fra tutte quella per cui la storia s'impara scrivendone – fino ai cosiddetti «trucchi» del mestiere. Tuttavia, non si tratta di un manuale tecnico riservato solo agli studenti e ai dottorandi in storia dell'architettura. La sua filiazione dall'altro saggio citato riprende concetti validi per ogni genere di storiografia: i capisaldi propri dello storicismo, quelli di individualità, causalità e selettività; gli assunti dello strutturalismo, specie il doppio significato del termine struttura, intesa come organizzazione e/o come modello; i canoni dell'ermeneutica, segnatamente il rapporto circolare fra le parti ed il tutto; nonché i principi-base formulati dai teorici dell'arte. Cosicché, oltre alla storiografia architettonica, il testo riguarda anche la storia politica, quella della società e quella del costume. Donde il suo presumibile interesse da parte di tutti coloro che sono impegnati nei vari campi della cultura. Ne dovrebbe essere estraneo il contenuto di questo libro agli amatori d'arte e d'architettura che intendessero approfondire la loro esperienza in materia.

Topocronologia dell'architettura europea (a cura di), Zanichelli, Bologna 1999.

Un manuale di riferimento completo per individuare e conoscere il patrimonio architettonico in Europa, dalla Penisola Iberica alla Russia, dai Paesi Scandinavi all'Italia: in breve, tutta l'architettura dal tardo-gotico al contemporaneo esposta in una grande «mappa di navigazione» su libro e su CD-ROM. Per ogni secolo, dopo un'introduzione che riassume i caratteri architettonici del contesto europeo, vengono forniti: una catalogazione di tutti gli edifici più importanti e dell'avanzamento dei lavori nei grandi cantieri suddivisi per anno e per area geografica; cento schede di opere architettoniche (idealmente una per anno), corredate di una o più immagini e di una bibliografia di riferimento. Complessivamente sono registrati oltre 24.000 edifici e sono analizzate 600 opere in altrettante schede.
Il CD-ROM consente di ottimizzare l'utilizzo e il lavoro di ricerca all'interno di tutto il materiale schedato. Sono possibili non solo interrogazioni per autore e per luogo ma anche ricerche più selettive e complesse, quali, ad esempio, l'individuazione dell'opera architettonica di uno o più autori in un contesto geografico e cronologico definito dall'utente.

Dov'era ma non com'era, Alinea editrice, Firenze 1999.

II richiamo al restauro attivo, il ricordo del dibattito sul tema antico-nuovo svoltosi negli anni '50-'60, il rapporto fra città e periferia, i limiti del piano regolatore per i problemi dei centri storici, la polemica contro il partito del «dov'era e com'era», la critica ai più recenti orientamenti di conservazione e tutela del patrimonio storico-artistico, la proposta della «città a mosaico» sono i principali argomenti «tecnici» di questo pamphlet. Accanto ad essi, l'autore svolge una serie di considerazioni contro gli orientamenti che dovrebbero risolvere il problema occupazionale – mobilità, lavori socialmente utili, scuole di formazione, morte del «posto» – giungendo ad affermare che l'industria edilizia resta il modo migliore per risolvere tale problema nella società della tecnoscienza, sostenendo altresì che proprio la conservazione dei centri storici è la maniera più opportuna per l'architettura italiana di inserirsi nel quadro dell'unità europea.

Trattato di architettura, Laterza, Roma-Bari 2001.

Uno strumento per conoscere e praticare oggi il mestiere di architetto. Consolidato e nuovo si uniscono in queste pagine che utilizzano solide metodologie e sperimentazioni inedite: storicismo, strutturalismo, semiologia, tendenze del razionalismo, del post-modern e del decostruttivismo si affiancano a nuove proposte al fine di creare una griglia di criteri e norme, utili guide alla disciplina.

Teorica di arredamento e design, Liguori editore, Napoli 2002.

Di solito le indicazioni sul contenuto di un libro, specie se di saggistica, si stampano sulla cosiddetta "quarta di copertina" e costituiscono una sintesi del testo. Il loro aspetto editoriale è soprattutto pratico: indicano che quel libro è utile per un gran numero di lettori, per lo specialista come per il neofita, per i docenti come per gli studenti. In breve, ognuno, quale che sia il suo livello di cultura, troverà un interesse nel consultarlo. Anche la presente raccolta, Teorica di arredamento e design, mira a conquistare il maggior numero possibile di lettori, avvertendo tuttavia, a costo di ridurre l'auto-pubblicità, che essa è sì accessibile a tutti, ma in maniera distinta. Infatti, data l'eterogeneità dell'argomento già in partenza dedicato a due discipline – le diverse tematiche e i molti livelli di approfondimento fanno sì che il testo possa essere letto per intero, ma anche consultato per parti. Lo studioso di teoria, di metodologia, di estetica, di storia e di critica d'arte trova i suoi interessi nei saggi pubblicati in precedenti libri e riviste specializzate in senso teorico (segnatamente «Op.cit.»). L'architetto, il designer, l'arredatore, lo studente possono senza danno ignorare completamente questo tipo di saggi e consultare quelli originariamente apparsi su pubblicazioni più professionali, quali «Domus», «Ottagono», «Casa Vogue», ecc. I tecnici appena menzionati più i sociologi, gli economisti, i critici del costume e simili, troveranno interesse per gli articoli apparsi sui giornali, quali «Il Sole-24 Ore», «Il Messaggero», «II Mattino». Il libro contiene inoltre conferenze, relazioni a convegni, prefazioni, recensioni, che, a seconda dell'argomento, dovrebbero riguardare tutte le categorie suddette. Del resto questa molteplicità di fruizione non dovrebbe meravigliare data la natura stessa della disciplina trattata. Se infatti l'architettura, che riguarda soprattutto un sol genere di produzione, quello dell'edificare, per dirla con Vitruvio, est scientia pluribus disciplinis et variis eruditionibus ornata, a maggior ragione il design, che riguarda ogni tipo di produzione, è una scienza che si compone a sua volta di più discipline e conoscenze.

Rileggere «Napoli nobilissima», Liguori editore, Napoli 2003.

Sulla scorta delle grandi guide di Napoli, quelle che vanno dal Celano a Gino Doria, ma segnatamente sul modello della rivista «Napoli nobilissima», questo libro si propone di descrivere e commentare architetture, ambienti e curiosità napoletane. I vari articoli che compongono il testo, dedicati a strade, piazze e quartieri, non pretendono di essere una storia dell'architettura o dell'urbanistica di Napoli, una delle tante specialistiche, parziali, accademiche ed inevitabilmente noiose, ma piuttosto di comunicare, spesso con ironia, le «notizie del bello dell'antico (ma anche del nuovo) e del curioso» qui riscontrabile, secondo la felice formula della prima guida sopra ricordata. Se tale è il debito del nostro libro verso il canonico Celano, quello verso i redattori della «Napoli nobilissima» – da Croce a Di Giacomo, da Ceci a Schipa fino al più modesto collaboratore – sta nel seguire l'esempio nel loro narrare le opere d'arte e di natura, le vicende personali e collettive, conservando un rigore storico-critico, tuttavia espresso in un linguaggio moderato e non fazioso, amatoriale, da dilettanti nel senso migliore del termine. Oltre agli altri meriti, la lezione di «Napoli nobilissima» resta quella di un dialogo sui problemi dell'arte e della cultura a Napoli di alta divulgazione e di esemplare chiarezza. Ispirato a un simile modello, il libro di De Fusco è senza omaggi alla «napoletanità», miti di città «capitale», tendenze campanilistiche, asprezze polemiche, snobismi di cose non spiegate perché date per note; è accessibile ad ogni livello di cultura, quindi alla portata di tutti: dei giovani che non hanno ancora conosciuto l'intera città, specie nelle sue parti ormai perdute; dei vecchi che le hanno dimenticate e provano piacere in fatti ed immagini che richiamano alla mente giovanili ricordi.

Il piacere dell'arte, Laterza, Roma-Bari 2004.

Alcune persone giudicano le opere d'arte importanti e di alta cultura solo se risultano noiose e difficili. Questo libro smentisce un simile malinteso intellettualistico: le arti sono tali se procurano piacere.

Architettura italo-europea, Franco Angeli, Milano 2005.

È possibile oggi parlare di architettura europea? Siamo disposti a riconoscere all'architettura italiana, sia antica che moderna, un'identità propria? E in che modo questa può contribuire alla «costituzione» di un'identità architettonica europea? Fino all'800 la produzione architettonica mostrava d'essere europea, ma al tempo stesso si caratterizzava anche come italiana, francese, tedesca, spagnola... Questa unità nella diversità rappresenta, ora come allora, l'unico antidoto alla omologazione architettonica. Contro qualsiasi manhattanismo, postmodernismo e decostruttivismo, quindi, è convinzione dell'autore che l'identità dell'architettura europea vada cercata attraverso una progettualità dialettica fra recupero e innovazione, e che in questo l'architettura italiana, con la sua tradizione storiografica e progettuale, possa giocare un ruolo determinante.

Facciamo finta che, Liguori editore, Napoli 2005.

Anzitutto una spiegazione dei titolo. Esso compare nel primo articolo pubblicato nella rivista "Itinerario" in cui redigevo dal febbraio dell'86 la rubrica «Metropoli»; in tale articolo si legge: «È assai probabile che quest'ultimo scorcio di secolo non porterà alcuna seria modificazione nella struttura urbanistica, nella conformazione architettonica, nella vivibilità stessa di Napoli. Nonostante una generale volontà di rinnovamento, alcune iniziative artistico-culturali e la speranza di un ruolo più attivo della città nell'età post-industriale, tutto ci dice che per molti anni ancora ci sarà un "caso Napoli" ad alimentare i discorsi politici, sociologici, letterari e giornalistici. Il guaio è che in questo "caso" dobbiamo viverci e con tutte le note passività antiche e recenti. Se chiamiamo "destino" tale negativa condizione non resta che contrapporvi l'idea di "progetto", per usare l'efficace dicotomia coniata da Argan negli anni '60. Ma quale progetto? Esso non rifletterà più ideologie globali e totalizzanti vetero-razionaliste, quando il progetto di un edificio stava in quello di un quartiere, questo nel piano regolatore cittadino, a sua volta in quello intercomunale, quindi nell'assetto territoriale, fino a una fantomatica pianificazione nazionale, il tutto disposto come scatole cinesi. Oltre che utopico questo genere di progetto sfuggiva a ogni ragionevole capacità di concezione e di previsione ma soprattutto al senso comune, tant'è che il dibattito urbanistico ha avuto il suo momento di maggiore popolarità quando si è cominciato a porre la questione dei centri storici. [...] Di fronte al muro di una realtà che risulta per ogni verso immodificabile, accantoniamo momentaneamente i dati di fatto e le stesse realizzazioni e, almeno in quanto uomini di ricerca e di studio, proviamo a formulare delle ipotesi, ad avanzare delle idee, in ciò confortati non solo dal fatto che ogni prassi è sempre preceduta da idee, ma anche dall'impressione che poche ne abbiano gli uomini pratici e di potere».

Gli scritti brevi contenuti nel volume sono: La città sul mare - Napoli d'oggi (1900); Un rudere da salvare; Dentro e fuori; Una Posillipo su Pozzuoli; Bagnoli, che fare?; Che il Parco tecnologico non si faccia a Bagnoli; Bagnoli come Posillipo; I bagni su palafitte; La Cassa ritrovata; Gli autori dell'Acquario; Lungomare d'arte; Non toccare via Caracciolo; Che via Caracciolo resti com'è. La città antica - Antico, storico e contemporaneo; Il patrimonio nascosto; Il concetto di «ambiente»; Un centro antico che sia moderno; Il centro antico com'era e com'è; Valorizzare il patrimonio archeologico; Il centro antico come cittadella degli studi; I chiostri laici. Del borgo di Chiaia - Chiaia e nobiltà; Dalle botteghe all'urbanistica; Da via dei Mille al Corso; I «luoghi» del commercio. Eredità dell'800 - Architettura e urbanistica dal 1860 al 1915; L'età dell'eclettismo; Le costruzioni in ferro; Il Risanamento; Il floreale; I tre volumi del Risanamento; La prima metropolitana di Napoli. L'amministrazione fascista - Le opere del regime; Stile anni '30; Il rione S. Pasquale. Gli architetti e le opere - Napoli ed il Movimento Moderno italiano; Progetti per Napoli; Quando le case erano bianche; Il Parco Manzoni; Il palazzo de «La Feltrinelli»; Il portico de «Il Mattino»; Prefazione a Napoli, architettura e urbanistica del Novecento; L'hotel Continental; Una macchina per studiare; Le Vele. Dei piani regolatori - Piano e progetto; L'epoca dei Prg - Il «Preliminare»; Il Centro direzionale - L'urbanistica; Le architetture del centro direzionale. Il regno del possibile - Il fatto; La città a mosaico; Domanda di città; Le regole del gioco morfologico; Il dibattito. La grande piazza; Una piazza vuota di auto ma piena di retorica; Il Largo di Palazzo; E ora che fare? Traffico - Le domeniche ecologiche; La cultura dell'auto; Autostrada underground; Vedere e camminare; Traffico telematico; Strade a doppio senso. Del socio-culturale-Università e occupazione; Edilizia e occupazione; La speculazione architettonica.


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Una semiotica per il design, Collana ADI, Franco Angeli, Milano 2005.

Il saggio, a partire dal titolo, muove da un binomio: il design e la semiotica, fornendo una definizione di entrambe le esperienze, con intenti di chiarimento e di divulgazione. Prosegue nella proposta di una classificazione delle varie merceologie dei prodotti industriali, volta a raggruppare il maggior numero di oggetti nel minor numero di categorie. Ciò a dimostrazione che il design, inteso come la sintesi di quattro momenti (il progetto, la produzione, la vendita e il consumo), presenta sia aspetti unitari che molteplici. La seconda parte del testo è tutta dedicata all'applicazione al design dei principali concetti della semiologia, dedotti dalla linguistica strutturale. L'impronta teorica del libro è inoltre convalidata dalle pratiche ricerche svolte dall'autore quale storico e critico del design.

Made in Italy, storia del design italiano, Laterza, Roma-Bari 2007.

Il liberty, il futurismo, l'art déco, il fascismo, il razionalismo, lo stile Olivetti, il neo-storico. l'high tech, il minimalismo, il radical design, fino all'era informatica. L'autore traccia la complessa evoluzione del design nel nostro paese privilegiando le continuità formali che la caratterizzano, piuttosto che la pura successione cronologica da cui è scandita. Questo volume, dopo il grande successo editoriale della Storia del design dello stesso autore, approfondisce le peculiarità proprie di una nazione come l'Italia dove mancano, o sono mancati, solidi riferimenti come risorse, grandi imprese industriali, vasta committenza: un contesto produttivo-commerciale che ha inevitabilmente influenzato la vivacissima parabola artistico-culturale del nostro design.

Parodie del design, Umberto Allemandi & C., Torino 2008.

La parola "parodie" è un modo di sfottere garbatamente e qui, in particolare, vuole intendere, in positivo, la necessità di ridurre e smitizzare il design riportandolo a quanto detta il buonsenso e, in negativo, l'indicazione di molte minuzie, dettagli e futilità proprie della letteratura sul design. Infatti, il testo revoca in dubbio il neoconformismo di tale letteratura e dei relativi miti: il design che salva il mondo; l'informazione come "materia prima" dell'architettura e del design; le responsabilità ecologiche dei progettisti; il sonno e i sogni della ragione; il tech troppo high; il design dei servizi e tante altre cose divertenti che rischiano di realizzare il paradosso per cui il nuovo non è così nuovo come appare l'usato.

Il design che prima non c'era, Collana ADI, Franco Angeli, Milano 2008.

Più inventori che stilisti, i designer cui è dedicato questo saggio appartengono alla più giovane generazione di progettisti appena usciti o quasi delle scuole e dalle facoltà italiane di Disegno industriale. Essi sono stati distinti per i loro progetti e prodotti che non appartengono al genere del furniture design, in generale saturo di modelli, ma ad altri, alcuni dei quali del tutto inediti. Il libro, per classificare quest'ultimi, li ha connessi ad alcune tendenze della arti figurative (pop art, arte povera ready-made modificati e simili) così da tradurre le produzioni in concezioni, ovvero materie utili alla didattica del design. Non seggiole, tavoli e poltrone sono l'argomento di questo saggio, bensì altri generi di design, i cui prodotti sono spesso addirittura inediti e sollecitati dalla spinta dell'ironia. Per classificarli sono stati tradotti da oggetti in concetti, in idee cioè utili per comunicare, insegnare e imparare il disegno industriale.

Una breve storia dell'arte. Dal paleolitico al XX secolo, Marsilio Editori, Venezia 2009.

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L'arte, gli stili, il gusto sono concetti che si trasformano nel tempo, concepiti diversamente in ogni età; conoscerli significa intraprendere un viaggio nella vita delle forme artistiche attraverso la storia.
Una breve storia non vuole tuttavia essere una mera semplificazione ma il frutto di un'elaborazione, di una riduzione culturale che consenta una conoscenza della storia dell'arte distinta dalle ricerche specialistiche e dalla divulgazione informatica e televisiva.
Se «l'arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte» e la realtà presenta opere diverse, uniche e irripetibili, è indubbio altresì che la natura del nostro pensiero intenda e apprenda solo ciò che è, o appare, riconducibile a un denominatore comune. La periodizzazione, le teorie, le note di costume sono pertanto assimilabili all'unica categoria presente in tutti i periodi dell'arte: lo stile. Questo generale principio si traduce nel costruire "ad arte" una serie di linee omogenee che tendono a unificare le diversità proprie degli artisti e delle opere. E il risultato è questo libro in cui le idee dell'autore si snodano comprensibili e memorizzabili dal maggior numero di lettori possibile e la complessità dell'arte viene presentata come un racconto sulla storia della nostra civiltà.
I vari capitoli del libro affrontano ciascuno un periodo storico. Ogni capitolo è a sua volta composto da due parti: Lo stile, categoria alla quale vengono ricondotti «tutti i fattori del contesto, dalla religione alla moda» e Le opere, nella quale viene costruito «un costante collegamento tra un'opera e l'altra, con l'intento di individuare alcune sequenze, famiglie morfologiche o "genealogie"».

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Una storia dell'ADI, Collana ADI, Franco Angeli, Milano 2010.

Istituzione dell'ADI, Compasso d'Oro, mostre di design in Italia e all'estero, presidenze e comitati direttivi dell'Associazione sono tra i principali argomenti di questo libro, nel quale sono altresì criticamente illustrate le maggiori opere e personalità del disegno industriale italiano. Dedicato alla storia dell'ADI, il saggio raccoglie tutte le informazioni relative ai programmi, all'organizzazione, alla politica culturale e alle finalità dell'Associazione, fondata nel 1956. Queste sono connesse, anzi intrecciate, al concorso del Compasso d'Oro, istituito da La Rinascente nel 1954. Già tale accostamento indica la doppia natura di entrambe le istituzioni: pratica e ideale, organizzativa e culturale, economica ed estetica. Muovendo da tali polivalenze, il libro, nel narrare i fatti del contesto socio-culturale degli anni 50 e 60 (miracolo economico, società dei consumi di massa, movimento del '68, ecc.), pone in evidenza le opere e i personaggi che hanno fatto la storia del design in Italia.

Il centro antico come cittadella degli studi. Restauro e innovazione della Neapolis greco-romana, Clean Edizioni, Napoli 2010.

Sintesi degli studi che l'autore da oltre trent'anni ha dedicato sia al tema generale dei centri storici sia a quello particolare di Napoli. Nel testo si pone in discussione il concetto di Piano Regolatore Generale sostituito dalla proposta della cosiddetta "Città a mosaico"; si ribadisce la distinzione fra "centro storico" e "centro antico", assumendo quest'ultimo come argomento centrale dell'intero saggio. Per il restauro e l'innovazione della Neapolis greco-romana si propongono due iniziative: la messa in luce di tutto il patrimonio archeologico e, come funzione prevalente dell'antico quartiere, la creazione in esso di una cittadella degli studi da affiancare alle funzioni artigianali, terziarie e residenziali attualmente esistenti. L'impianto teorico del libro è accompagnato da un'indicazione progettuale: lasciare inalterata la rete ippodamea delle strade e la creazione di ampie corti (i chiostri laici per distinguerli da quelli realizzati in passato dagli ordini religiosi) all'interno di tale rete, risolvendo addirittura il rapporto antico-nuovo con la creazione di una nuova tipologia edilizia.

Arti & altro a Napoli dal dopoguerra al 2000, Paparo Edizioni, Napoli 2010.

Il libro non vuole essere un ennesimo ritratto di Napoli, con la pretesa di interpretarla e magari di “salvarla”, ma una sorta di amarcord di fatti vissuti e soprattutto di persone incontrate. Nell'intento di ricordarne molte, il modello cui ha pensato l'autore è stato l'elenco telefonico, nel senso di un testo con il maggior numero di persone non divise in buoni e cattivi, anche se si capiscono le preferenze di chi scrive. Data la varietà degli argomenti, l'opera risulta volutamente eclettica: ci sono fatti personali, note di costume, di critica d'arte, accenni di politica, brani di saggistica, notizie della più diversa natura. Manipolando tanta materia, non è stato possibile strutturarla in capitoli specialistici, bensì esporla in tanti paragrafi, ognuno dedicato a un argomento, talvolta addirittura slegati fra loro, come appunto avviene per i ricordi. Altra caratteristica del testo sono le frequenti e lunghe citazioni (non poteva essere altrimenti per uno che ha inventato la formula della rivista «Op.cit.»), le quali sono motivate dall'essere informazioni di prima mano, meglio francamente copiate che ipocritamente parafrasate.

Il Gusto come convenzione storica in arte, architettura e design, Alinea editrice, Firenze 2010.

Il saggio è articolato in tre parti: la prima che studia il concetto di gusto nelle sue defi nizioni fi losofi che; la seconda che applica la «critica del gusto» alle arti, all'architettura e al design; la terza che descrive i «Comportamenti». Si passa così da una concezione alta del concetto a una operativa da critica militante per giungere a descrivere usi e costumi attuali. Ognuna di tali sezioni è accompagnata dall'illustrazione di temi e problemi pertinenti, tal che viene offerto al lettore un quadro completo e inclusivo, dalle sentenze di Hume e di Kant ai pareri dei maggiori critici d'arte fino ai commenti dei sociologi relativi a fenomeni quali il kitsch, il graffitismo, il tatuaggio e il piercing.

L'architettura delle 4 avanguardie, Alinea editrice, Firenze 2010.

Le quattro avanguardie cui è dedicato questo saggio sono: l'opera dei maestri, in avanti per il suo livello qualitativo; il movimento che auspica il risolversi dell'arte nella vita; l'avanguardia tecnologica e quella da considerarsi come «contestazione globale». Quest'ultima, secondo l'autore, incarna meglio delle altre il carattere radicale ed eversivo proprio di tutte le avanguardie artistico-letterarie. Accanto alla tesi principale sono esposti altri temi e problemi – gli artifici storiografici, il linguaggio della progettazione, i principali «ismi», la tecnologia digitale, ecc. – che completano il quadro storico-culturale dell'architettura del '900. L'intero discorso è fondato su tre momenti particolari di quella storia, espressi dal neoplasticismo di «De Stijl», dal Costruttivismo russo e dall'Espressionismo tedesco. Il lettore può acquisire facilmente tali tendenze e le altre ad esse collegate, in pari tempo conoscendo la loro versione più innovativa, quella appunto dell'avanguardia.


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Architecturminimum. Le basi dello storicismo, strutturalismo, semiotica, ermeneutica e altre teorie, Clean Edizioni, Napoli 2010.

Nella pratica progettuale e nei discorsi critici sull'architettura ricorrono parole quali «storicismo», «strutturalismo», «semiotica», «ermeneutica» e altre, par indicare i principi fondamentali del'arte del costruire. In questo saggio breve e sintetico, tali principi sono individuati e descritti nel modo più chiaro possibile, ovvero alla portata di tutti, dal docente universitario allo studente, dal professionista al tecnico di cantiere, dallo storico al letterato. La teorie servono, non solo par dare maggiore dignità culturale alla disciplina, ma anche ai fini strettamente pratici, perché senza teoria non si realizza alcuna pratica, specie in un momento di incertezza e confusione come quello attuale. Di solito a ciascuno dai suddetti principi è dedicato un saggio monografico, qui. al contrario, sono studiati ed esposti tutti insieme in modo da consentire differenze e confronti; ne deriva un manuale teorico-pratico adatto a essere consultato voce per voce o letto nel suo insieme. In breve, l'obiettivo dell'autore è quello di dare il maggior numero di informazioni nel minor numero di pagine e soprattutto di contribuire alla formazione di una generale idea di architettura.

Design 2029. Ipotesi per il prossimo futuro, Collana ADI, Franco Angeli, Milano 2012.

Ottimistica e scaramantica previsione dell'autore di vivere fino a 100 anni, donde le ipotesi di quanto avverrà da ora fino al 2029.
I principali argomenti trattati sono: il design e la storia / la questione dei valori / la natura del design / conformazione e rappresentazione / artistico ed estetico / una nuova tassonomia / il tipo-ideale.
Le principali previsioni sono: il minimalismo; il design come mass-medium; andatura a tutto kitsch; il digitale salvatutto; l'usa-e-getta; gli inventori vs gli stilisti: l'ipotesi del grottesco; Il brutto fa storia dell'arte; la dematerializzazione; che cosa si venderà; la vendita orientata sul consumo; l'orientamento critico delle vendite, progetti delle Associazioni per il disegno industriale, segnatamente quelli dell'ADI.

Restauro. Verum factum dell'architettura italiana, Carocci Editore, Roma 2012.

L'espressione verum factum nel sottotitolo richiama la formula utilizzata da Giambattista Vico per esprimere il principio secondo il quale l'uomo può conoscere solo ciò che egli stesso ha fatto; di conseguenza, poiché nel nostro paese si trova il più ampio patrimonio di beni culturali del mondo, noi italiani dovremmo essere i più esperti nel campo del restauro e lasciare agli altri il compito di innovare. Per con serva re, però, specie le opere d'architettura, è inevitabile introdurre conoscenze e metodologie aggiornate: ecco allora che il restauro dell'antico comporta la progettazione del nuovo.
Nel volume si sostiene questa tesi, si riferisce delle varie concezioni del restauro, se ne fornisce un sintetico excursus storico, si riporta il dibattito sui centri antichi che resta il maggiore contributo italiano alla storia e alla critica dell'architettura moderna.

Filosofia del design, Giulio Einaudi Editore, Torino 2012.

Collegato idealmente alla Storia del design dello stesso autore, pubblicata nel 1985, questo libro si propone di associare varie tendenze filosofiche ad altrettanti orientamenti del design, con il duplice intento di divulgare i principi base di quest'ultimo e di conferirgli una maggiore dignità culturale.
La filosofia che informa il saggio non è quella metafisica o, per cosí dire, dei massimi sistemi, bensí un'altra piú duttile, mondana e pragmatica, cioè delle mentalità, delle visioni del mondo, ovvero un'ottica piú empirica, affine alla natura del design – che è appunto una disciplina empirica –, espressione della «cultura materiale» che si avvale talvolta persino di un linguaggio businesslike. Qui, con il termine filosofia si vuole indicare tutto quanto concerne un «modo di pensare al design», un «ragionamento sul design», la sua fenomenologia teorizzata dall'autore come un processo che comprende il progetto, la produzione, la vendita e il consumo.

I concetti nella storia dell'arte (in coll.), Mimesis Edizioni, Milano - Udine 2012.

Vista l'eccezionale diffusione delle immagini artistiche, cui si può accedere con i media di ogni genere, dalie guide turistiche alla rete informatica, la conoscenza della storia dell'arte richiede nuovi canali comunicativi; tale esigenza è avvertita da tutti gli autori o fruitori dell'arte. In questo saggio il nuovo mezzo didascalico e critico s'identifica con i «concetti» che hanno generato le opere e i movimenti artistici in un arco temporale che va dalla preistoria al XX secolo. Esemplificando si parla del concetto di «magia» per l'arte cosiddetta primitiva e di quello della «post-avanguardia» per l'arte a noi più vicina. I concetti sono figure teoriche che rappresentano, descrivono, selezionano, classificano, caratterizzano gli eventi e gli artefatti sui quali l'uomo ferma la sua attenzione cognitiva. Né le proprietà dei concetti si limitano alle funzioni appena citate, essi hanno anche un valore di sintesi e di riduzione, tal che semplificano l'apprendimento e consentono di memorizzare meglio quanto si è appreso. Ciò vale soprattutto nella storia dell'arte le cui opere, proprio per essere solo in parte autoespressive, richiedono un commento linguistico, concettuale appunto, che ne illustri i precedenti, il significato e gli esiti estetico-culturali. Il saggio non è una trattazione divulgativa (aggettivo abusato e per molti aspetti falso), ma è concepito in modo da costituire un punto di partenza comune tanto per il grande pubblico, quanto per gli specialisti; il primo fermandosi laddove è consentito dalle sue esigenze e capacità, gli altri continuando fino al livello più approfondito della conoscenza.

Che cos'è la critica in sé e quella dell'architettura, Mimesis Edizioni, Milano - Udine 2013.

Oggi, dopo tanto parlare di comunicazione, informazione, messaggi e mass media, meraviglia che pochi si siamo interessati alla definizione del concetto di «critica» prima ancora di essere applicato all'arte, alla politica, all'economia, al costume, al dir male di qualcuno o qualcosa. Eppure, ricorrendo in tanti campi così diversi tra loro, tale concetto dovrebbe indurre a pensare che abbia una sua struttura invariante, un'autonomia, un proprio statuto indipendente dalle applicazioni. Esemplificando, la critica è assimilabile ad altre scienze come, poniamo, la medicina che ha una sua definizione prima di ramificarsi in ostetricia, pediatria, ortopedia, ecc. Pertanto la prima parte di questo saggio è dedicata appunto alla definizione della critica in sé; tuttavia per non limitare il testo alla sola concezione filosofica della critica, tutte le altre parti del libro sono dedicate alla critica dell'architettura. Ma questa seconda e più ampia sezione del saggio non è una storia delle teorie e della stessa critica architettonica, già trattata in altri studi dell'autore, bensì una esegesi degli elementi e criteri utili alla critica derivabili da tante teorie: l'Einfühlung, la pura visibilità, lo spazialismo, lo storicismo, l'ermeneutica, la semiotica, lo strutturalismo, il post-modern, il decostruttivismo, ecc. Con un intento di critica alla critica sono infine evidenziati quali e quanti principi di esse sono effettivamente passati ad informare l'attuale pensiero critico e lo stesso fare architettonico.

Fondazione Plart. Plastica, arte, artigianato e design, Quodlibet, Macerata 2014.

Oggetto principale di questo libro è la Fondazione Plart che comprende un museo, un centro di ricerca e di restauro, un’organizzazione didattica e una struttura espositiva per la promozione artistica delle materie plastiche, con sede a Napoli. Pertanto il testo è articolato in capitoli in cui le informazioni generali sono anteposte a quelle contenenti argomenti particolari. Semplificando, il discorso sulla Fondazione e la sua attività è preceduto da un altro sulla cultura materiale e la plastica stessa, l’argomento usa-e-getta viene dopo alcuni cenni sull’ecologia, la teoria del «quadrifoglio» prelude altri temi storico-critici, mentre centrale, solitario, ma pertinente ogni altro tema del testo, resta il concetto di «artidesign».

Tre domande. Questa è arte? Che significa? Non saprei farla anch’io? Un riesame, (in coll.), Altralinea Edizioni, Firenze 2014.

Il saggio, in un momento di critica contro l’arte contemporanea, prende spunto da una rassegna pubblicata nel 1965 dalla rivista «Op. cit.» e intitolata La critica discorde.
A parte l’anticipazione di un argomento oggi molto discusso, il libro intende riesaminare tutta l’arte del Novecento alla luce dei concetti più attuali sia dei critici ancora contrari, sia di quelli che formano La critica concorde. Si tratta di un testo in parte polemico, in parte orientato ad una storia dell’arte basata non su opere ed artefici quanto su concetti. Il titolo è volutamente pop ai fini di un richiamo divulgativo, ma esprime anche una serie di quesiti che molti si pongono pur disponendo di un’alta formazione culturale. La varietà dei temi trattati consente una consultazione del libro anche per singoli parti, e ciò nella linea della «riduzione» culturale già teorizzata altrove.
Oltre la cura di rivolgersi ad un pubblico passato dalla rivoluzione all’indifferenza verso l’arte, per l’esperienza qui fatta dagli autori vale quanto ebbe a scrivere Lyotard: «un artista, uno scrittore [e tanto più uno storico e un critico] postmoderno è nella situazione di un filosofo. Il testo che egli scrive, l’opera che porta a compimento non sono in linea di massima retti da regole prestabilite e non possono essere giudicati attraverso un giudizio determinante, attraverso l’applicazione di categorie comuni. Queste regole e categorie sono ciò di cui l’opera o il testo sono alla ricerca».
Al posto delle solite note bio-bibliografiche va detto che, quanto agli autori del libro, si tratta di un vecchio studioso, dalla produzione abbastanza nota, e di una sua giovane e capace allieva, associati per realizzare una sintesi condivisa tra due generazioni

Made in Italy. Storia del design italiano (nuova edizione), Altralinea Edizioni, Firenze 2014.

La nuova edizione di Made in Italy. Storia del design italiano si presenta in una versione rinnovata, dal formato più agile e con un diverso apparato iconografico. Collegato alla Storia del design (1985), il libro si propone di ridurre tale storia alla sola produzione italiana, approfondendo gli aspetti formali e funzionali dei prodotti più familiari al pubblico e trattando in chiave stilistica il processo evolutivo del design nazionale, assieme a quello delle maggiori aziende, cercando di cogliere l’unità nella più articolata diversità, propria del made in Italy. A questa parte del saggio, si associa una trattazione delle teorie e metodologie che hanno accompagnato il processo formativo dell’Italian Syle. Ne risulta un approfondimento pratico e la tendenza a conferire al design una maggiore dignità culturale.


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Storia dell'architettura del XX secolo, Progedit, Bari 2014.

Un classico della storia dell’architettura rivisitato, aggiornato e ridotto ai lineamenti essenziali, a uso degli storici e progettisti.
Il saggio è una riduzione della Storia dell’architettura contemporanea, pubblicato da Laterza in varie ristampe. Ciascuna edizione, ferma restando la metodologia centrale, comportava un aggiornamento secondo gli sviluppi della produzione architettonica, tal che l’iniziale testo del 1974 diventava anno per anno un manuale sempre più corposo.
L’ultima edizione, del 2007, oltre l’elevato prezzo di vendita, fuori dalla portata degli studenti cui era rivolto, era esuberante anche rispetto al tempo dedicato alle lezioni di storia della disciplina.
La riduzione quindi è stata suggerita da questi motivi pratici, ma anche da una motivazione critica e polemica. Salvo le solite eccezioni, l’architettura nata dopo il 2000 è stata ritenuta meno importante e formativa di quella realizzata nel secolo precedente, donde l’idea di dedicare il nuovo libro alla Storia dell’architettura del XX secolo.
Caratteristica di quest’opera – che aspira ad essere il testo più «facile» in materia – è il trinomio: concettuale, utile alla storia come alla progettazione, e guida per indicare «dove mettere le mani» sia all’esperto maturo, sia al giovane esordiente.

Le nuove idee di architettura. Storia della critica del secondo Novecento, (in coll.), Progedit, Bari 2015.

Viene riproposto un classico dell’architettura (o della critica architettonica) che conserva il significato e il valore della sua prima uscita. Allora il saggio si riferiva a una materia recente, o addirittura nel suo farsi; il che lo rendeva un contributo di analisi critica “in mezzo alle cose”. Oggi lo stesso libro costituisce una testimonianza offerta a una nuova generazione di lettori – studenti e studiosi, storici e progettisti – su categorie e concetti che hanno segnato la feconda stagione delle idee del secondo Novecento: dalla questione del Movimento Moderno all’interrogativo “continuità o crisi?”, dalla dicotomia autonomia/eteronomia al dibattito sui centri storici, dall’architettura come mass medium alla semiologia architettonica, per concludersi con un esame sulla complessa e sfaccettata realtà della condizione postmoderna.
Né si manca di traguardare oltre, con un bilancio di inizio millennio che cerca di individuare gli itinerari attuali della critica all’interno di una mappa al tempo stesso intricata ed evanescente come una ragnatela, con la convinzione che i suoi assetti futuri dovranno necessariamente confrontarsi con l’eredità – certamente non trascurabile – del mezzo secolo precedente qui delineata.

Design e Mezzogiorno tra storia e metafora, (in coll.), Progedit, Bari 2015.

Per la prima volta il design, inteso come metafora del progresso, e il Mezzogiorno, come metafora del mancato sviluppo, sono messi a confronto. Il rapporto è anche storico: il Regno delle Due Sicilie coincide cronologicamente con la Rivoluzione industriale, anzi il Sud talvolta anticipa con i suoi primati quanto avveniva in Inghilterra e in Francia, tant’è che quello delle Due Sicilie era non solo il più importante Stato italiano, ma il terzo in Europa.
Il saggio racconta le vicende che portarono il regno meridionale dall’agricoltura all’artigianato e da questo al design; il fenomeno delle aziende straniere che venivano a investire al Sud; lo sviluppo artistico e culturale di quest’ultimo (il Liberty nasce a Palermo); il contributo allo sviluppo industriale dato dai Borbone e quello dovuto agli imprenditori siculo-napoletani; la coesistenza di una economia protezionista con un’altra liberistica.
Né il libro si esaurisce in vicende politiche, industriali ed economiche. In esso si tratta lungamente anche di personaggi famosi, di illuministi nostrani, di grandi famiglie, di usi e costumi. Come una guida del Seicento, avremmo potuto intitolarlo anche Notizie del bello, dell’antico e del curioso del Regno della Due Sicilie prima e dopo l’unità d’Italia.

Company Town in Europa dal XVI al XX secolo, (in coll.), Franco Angeli, Milano 2017.

Il volume intende mettere ordine nella vasta materia inerente il fenomeno delle Company town, altrimenti dette «città sociali» o «villaggi operai», insediamenti di natura industriale nati per far fronte all’esigenza di unire casa e lavoro in un unico centro abitato funzionale agli interessi dell’imprenditore e a quelli dell’operaio, a seconda delle idee che stanno alla base dell’iniziativa imprenditoriale.
Fin dal Cinquecento nella città di Ausburg, in Germania, in quella di San Leucio nel Settecento e via via per tutto l’Ottocento nell’Inghilterra e nella Francia post-rivoluzione industriale, si assiste alla nascita e allo sviluppo delle Company town, insediamenti di natura industriale nati per far fronte all’esigenza di unire casa e lavoro in un unico centro abitato funzionale agli interessi dell’imprenditore e a quelli dell’operaio, a seconda delle idee che stanno alla base dell’iniziativa imprenditoriale. Questo insieme unitario si reggeva su una grande quantità di fattori caratterizzanti, forse mai più presenti nella vicenda dell’architettura moderna e contemporanea: il problema dei poveri, la questione delle abitazioni, la religione, il paternalismo, l’assistenzialismo, il capitalismo, gli esiti della rivoluzione industriale, l’utopia, la lotta di classe, l’urbanistica, l’archeologia industriale... Poiché il fenomeno delle Company town, nonostante i diversi modi di chiamarle, si caratterizza sia per il piano della forma che per quello dei contenuti, l’intento del volume è di ordinare una così vasta materia e interpretarla nel suo contesto storico-critico.

κρíνω. Ragionamenti sulla critica, Progedit, Bari 2017.

Esiste una critica generale al di sopra di quelle particolari (dell’arte, la letteratura, l’economia, la politica, eccetera): essa è autonoma, ma in pari tempo denominatore comune di tutte le altre. Per dimostrare tale assunto, oggetto principale del presente saggio, è necessario individuare lo statuto, la sostanza, la struttura della critica-madre, generalmente trascurata. Per esemplificare nel modo più divulgativo il contenuto di questo saggio, basti pensare alla medicina: essa è una scienza che certamente presenta un suo statuto, materia di una apposita trattazione, prima di dar luogo ad altre scienze da essa derivanti. Perché lo stesso procedimento non può ammettersi per una critica generale rispetto a quelle particolari? L’autore affronta l’inedito tema considerando la critica ricercata come una “costruzione” di cui i criteri, antichi e nuovi, costituiscano i suoi elementi costruttivi. Per individuarli è stata adottata una serie di associazioni della critica con la filosofia, la storia, l’ermeneutica, lo strutturalismo, fino alle più recenti acquisizioni del pensiero critico, dal decostruzionismo alla condizione postmoderna. Punto d’arrivo della ricerca sta in ciò: che la critica generale individuata viva in un rapporto dialettico con le critiche particolari.

Architettura a Napoli del XX Secolo, Clean Edizioni, Napoli 2017.

Una nuova edizione riveduta e corretta del precedente libro Napoli nel Novecento, edito dalla Electa Napoli nel 1994, che conserva i principali caratteri dell’opera originaria, riassumibili in una visione architettonico-centrica e non incentrata sull’urbanistica. L’autore ha inteso così richiamare l’interesse sul bello, l’antico e il curioso, per citare la celebre frase del Celano, delle singole opere di architettura, tralasciando tutta la problematica politica, sociale ed economica propria dell’urbanistica sulla quale esiste una vasta e non sempre felice letteratura. Certo, il quadro complessivo non risulta completo, ma la scelta è caduta su quel poco di positivo realmente prodotto nella nostra città, rispetto a quel molto di cui s’è detto e scritto ma non fatto; del resto la selettività è uno dei capisaldi della storiografia. Di nuovo la presente edizione si caratterizza per aver preso in esame le opere realizzate nell’ambito della città escludendo quelle periferiche ai fini di definire un ambito più preciso; in secondo luogo per aver incluso molte fabbriche nuove e corretta la trattazione di quelle precedenti; per aver immaginato un contesto più favorevole alla cultura architettonica che agli aspetti pratici del mercato. Non sono stati taciuti i fallimenti e le occasioni perdute, ma non sono neanche state sacrificate le aspettative e le speranze di una Napoli migliore.

Artidesign (in coll.), Altralinea Edizioni, Firenze 2018.

Il testo che pubblichiamo ha origine da un libro commissionato al sottoscritto e al compianto Filippo Alison dal designer-argentiero Lino Sabattini nel 1991. Tale testo preludeva alla descrizione delle opere e dell’attività dell’artefice citato. Ci accorgemmo però che l’introduzione al libro ci impegnava in un vero e proprio saggio sostanzialmente più importante dell’intera pubblicazione, non solo, ma che in essa risultavano aspetti teorici e critici del tutto inediti a cominciare dal titolo. Questo è diventato negli anni a seguire molto letto ed apprezzato per essere in pari tempo realistico e propositivo, donde la decisione attuale di darlo alle stampe come saggio autonomo. L’introduzione al volume è rimasta così com’era egli anni Novanta a conferma che avevamo visto giusto in ordine alla logica della teoria e alla sua utilità.


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Storia dell'idea di storia, Mimesis Edizioni, Milano - Udine 2018.

La scelta di esporre le idee al posto dei fatti e dei libri che li narrano rende questo saggio non un testo di storia politico-culturale, né di storia della storiografia, bensì una raccolta ragionata dei concetti, dei pensieri, degli assunti filosofici e metodologici sulla storia, elaborati dall'antichità fino ad oggi. Si tratta in sostanza di uno studio di «filosofia della storia», non nel senso hegeliano dell'espressione, ma in quello datole da Voltaire che, nel coniarla per primo, la intendeva come riflessione filosofica sulla storia. Benché l'ottica qui prevalente sia quella che nasce da un incontro fra storicismo e strutturalismo, il ricorso alla filosofia non va inteso come un richiamo, per così dire, ai massimi sistemi, ma a quello più duttile e pragmatico delle mentalità; così, quanto all'impianto teorico, il testo segue una prospettiva più empirica peraltro affine alla storiografia che è appunto una disciplina empirica. Grazie a questa più eterodossa visione, è stato possibile includere il maggior numero di temi e problemi della ricerca teorica sulla storia: i principi di individualità, causalità e selettività; argomenti quali il tempo, il contesto, la continuità o meno della storia, la ricostruzione del passato e le previsioni future; le dibattute dispute sull'esistenza di «leggi» nella storia, sulla concezione di essa come scienza o qualcos'altro, sul rapporto tra vita e storia fino all'esame dei luoghi comuni: la «verità», l'«oggettività» e la «lezione» della storia. La molteplicità tematica qui affrontata dovrebbe richiamare l'interesse del più vasto pubblico: dagli storici ai sociologi, dai politici ai politologi, dagli studiosi di antropologia a quelli di storia dell'arte, a chiunque insomma sia persuaso che di ogni disciplina, esperienza e fenomeno può tracciarsi la storia e che dalla storia non si esce. Nel libro si effettua un excursus delle idee di storia diviso in dieci capitoli i cui paragrafi sono dedicati a profili di singoli autori, da Erodoto ad Agostino, da Machiavelli a Vico, da Hegel a Nietzsche, da Droysen a Weber, da Croce a Popper fino agli autori delle «Annales», della scuola narratologica e di quella diometrica; chi filosofo, chi metodologista, chi sociologo, chi cultore di tutti questi interessi. La molteplicità delle prospettive e l'arco temporale così ampio assegnano al saggio soprattutto un carattere divulgativo e di utile consultazione. Nell'ipotesi che il lettore non condivida le interpretazioni critiche, il libro, in fatto appunto di consultazione, gli offre almeno le definizioni dell'idea di storia dal mondo classico alla più flagrante attualità. Nel testo è dedicato altresì un largo spazio alla storia dell'arte, sia perché l'autore è prevalentemente un suo cultore, sia soprattutto perché molti teorici considerano un'arte la storia stessa. La tesi conclusiva dell'indagine, generalmente orientata alla ricerca di «artifici» storiografici, di fattori euristici, di interpretazioni ermeneutiche, di ipotesi sperimentali, è quella per cui, se non la storia, certamente la storiografia si «progetta» al pari di ogni costruzione e ricostruzione.

Storia dell’arte del XX secolo, Altralinea Edizioni, Firenze 2018.

L’intento semplificativo e didascalico del libro sta nell’aver ulteriormente ridotto la tradizionale esposizione degli «ismi». Questi sono inclusi in poche linee di tendenza, donde lo schema: La linea dell’espressione (la pittura dell’ArtNouveau, l’Espressionismo, Il Futurismo, l’Astrattismo espressionista, l’Informale); La linea della formatività (il Fauvismo, il Cubismo, la scultura del primo Novecento, l’Astrattismo, il De Stijl, il Concretismo, Calder e Moore, la Op Art); La linea dell’onirico (la Metafisica, il Surrealismo); La linea dell’arte sociale (il Realismo espressionista, l’Arte politicamente impegnata, la Pop Art); La linea dell’arte utile (il Purismo, gli artisti nel Bauhaus, il Costruttivismo, l’utile in De Stijl, l’utilitario tra Op e Pop Art); La linea della riduzione (il Dadaismo, il New Dada, l’Arte povera, la Minimal Art, l’Arte concettuale, Joseph Beuys).
 
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